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PENSIERI DELLA DOMENICA — il Blog di Libero Venturi

Libero Venturi

Libero Venturi è un pensionato del pubblico impiego, con trascorsi istituzionali, che non ha trovato niente di meglio che mettersi a scrivere anche lui, infoltendo la fitta schiera degli scrittori -o sedicenti tali- a scapito di quella, sparuta, dei lettori. Toscano, valderopiteco e pontederese, cerca in qualche modo, anche se inutilmente, di ingannare il cazzo di tempo che sembra non passare mai, ma alla fine manca, nonché la vita, gli altri e, in fondo, anche se stesso.

DIZIONARIO MINIMO: L’aporìa

. — Ho cenato alla Festa dell’Unità, la fanno ancora e la chiamano ancora così, nonostante tutte le divisioni del mondo. Non male, anzi bene, interessanti anche i dibattiti sulla sicurezza e sul futuro. È che non sono più abituato a antipasto, primo e secondo e ho avuto una notte agitata. Ho sognato l’aporìa. Mi è apparso in sogno il concetto sotto forma di un’ameba medusoide, a due teste e due code, che si muoveva intorno a me. Il famoso torpore soporifero dell’aporia. Aporìa viene dal greco e significa passaggio impraticabile, strada senza uscita. Nella filosofia greca antica indicava l’impossibilità di dare una risposta precisa ad un problema di fronte a due soluzioni che, per quanto opposte e per quanto gli opposti si attraggono, sembrano entrambe valide, ma sono antitetiche. Vale a dire un problema le cui possibilità di soluzione risultano annullate in partenza dalla loro contraddizione inconciliabile. Socrate nella maieutica utilizzava l’aporìa con i discepoli come forma retorica per mettere in discussione le verità assolute e liberarsi dal falso sapere. Un bel casino, insomma. E pensare che a scuola non ho nemmeno fatto il greco!Sarà stato un effetto collaterale dell’eccessiva quantità ingerita di pappa col pomodoro. Ieri un mangiare da giorno di vigilia dei poveri, oggi pietanza raffinata e festiva. Poveri siamo sempre, ma si digerisce peggio.

Dunque l’aporìa. Da una parte gli stranieri visti come pericolo: rubano, pisciano in strada, sono clandestini, terroristi, ci rubano il lavoro, la casa, l’identità culturale e religiosa. Minano la nostra sicurezza. Ci invadono. Comunque sono troppi, saranno oltre il 20% della popolazione in Italia! Dall’altra parte una tesi esattamente opposta ed opponibile: i cittadini stranieri, migranti dal bisogno, dalle guerre e dalle persecuzioni, donne, uomini e bambini, saranno un bene per noi, svecchieranno il paese che invecchia, contribuiranno allo stato sociale, allargheranno i nostri orizzonti culturali, rilanceranno i temi della fratellanza e della solidarietà, faranno vincere alla nazionale qualche partita in più e qualche gara di atletica. In Italia sono solo l’8,3% della popolazione, poco più di 5 milioni e, se contiamo gli irregolari e i richiedenti asilo, si arriva a 6 milioni, meno del 10%, su una popolazione di 63 milioni circa di anime. E noi abbiamo sempre lo ius sanguinis, come in Germania e non lo ius soli, come in Francia e i figli di stranieri, nati sul suolo patrio, diventano italiani solo al 18º anno di età e su richiesta. Comunque due posizioni contrapposte, non conciliabili e così l’aporìa si ingrossava e mi avvolgeva nel sogno.

Come se non bastasse da una coda amebica dell’aporia – o era quella la testa? – appariva un futuro spaventoso: l’informatica diveniva sempre più invasiva, la robotica tagliava posti di lavoro, la scienza era asservita al lucro delle multinazionali, la finanza annullava i paesi, l’industria inquinava l’ecosistema, la natura si ribellava, i politici erano solo potere e corruzione e, ad abundantiam, i preti pedofili. Bisognava decrescere felicemente, tornare indietro al vero progresso: a quando si stava peggio che si stava meglio.

All’altra estremità della mostruosa aporìa appariva invece un futuro diverso e promettente: le reti informatiche ci rendevano interconnessi, ottimizzando la vita e il lavoro, i robot ci assolvevano dalle mansioni pesanti e ripetitive, la produzione dei sistemi, dei programmi e delle apparecchiature elettroniche e meccatroniche impiegavano un numero crescente di occupati, le nanoscienze aprivano nuovi orizzonti in campo sanitario, nei processi di industrializzazione e di trasformazione della materia, l’ingegneria genetica aiutava a sconfiggere malattie precedentemente incurabili, allungando la durata della vita, nuove fonti energetiche rinnovabili approvvigionavano il pianeta dove si sviluppavano economia verde, circolare e crescita rinnovabile, l’esplorazione spaziale era vicina ad offrire nuove dimore per gli esseri umani e nuove risorse naturali, alleggerendo lo sfruttamento della Terra. Si stava mettendo in atto una terza via tra capitalismo e statalismo, lo Stato controllava di più e gestiva di meno, garantendo equità e si affermava il ruolo sociale e dinamico dell’impresa contro la mera dimensione del profitto. La politica aveva ripreso forza, la Chiesa aveva santificato Papa Francesco, i principi di solidarietà sociale e di corretta distribuzione della ricchezza provavano a governare l’Europa ed il mondo.

Anche in questo caso, però, l’aporìa s’ingigantiva nel crescendo delle sue contraddittorie visioni e mi soffocava. È a questo punto che mi sono svegliato, tutto sudato, riprendendo contatto con la realtà, ritrovandomi nel tempo di Di Maio e Salvini e realizzando che, purtroppo, non esiste un wormhole attraverso cui passare per proiettarci, alla velocità della luce, in un’altra futuribile, più giusta dimensione e risolvere l’aporìa.

Tuttavia non più da dormiente, ma da sveglio, ho proseguito il filo logico. Sarebbe stato contento anche Eraclito. Nel film d’esordio di Daniele Lucchetti “Domani accadrà”, ambientato nell’ottocento pre risorgimentale, i minatori e i carbonai insorgono contro l’invenzione dell’energia elettrica che gli portava via il lavoro. Ma quanta occupazione ha restituito la scoperta dell’elettricità? Da quanti lavori pesanti e pericolosi ha sottratto la classe operaia? Così faranno anche la robotica o le nanotecnologie. Qualcuno costruirà i robot e manovrerà macchine e processi complessi. Occorreranno lavoratori evoluti e sapienti, formati nelle scuole e nelle università. Ci vorrà il tempo, se il tempo lavora per noi e se noi lo sappiamo impiegare e accelerare, anticipare. Ma, come dicevano in quel film del lontano 1987, “se non si va, non si vede”.

Una forma di aporìa, in un certo senso, è anche il Paradosso di Zenone: il veloce Achille non riesce a raggiungere la lenta tartaruga a cui è stato dato un vantaggio, in una corsa ad handicap, perché, secondo una dimostrazione per assurdo, essendo un percorso finito composto di infiniti tratti, quando Achille avrà raggiunto la tartaruga, questa sarà un tratto sempre più avanti e così via, senza possibilità di ricongiungimento e soluzione. Perché, diceva Zenone a sostegno delle tesi del maestro Parmenide, il movimento è un' illusione. Del resto c’è chi dice che la realtà è un sogno e anch’io ho sognato l’aporìa.

Una confutazione più immediata del paradosso fu del filosofo cinico Diogene, che non disse nulla sugli argomenti portati da Zenone, ma si alzò e camminò, allo scopo di dimostrare la falsità delle conclusioni di quest'ultimo. Diogene viveva poveramente, come un cane, da qui il fatto che fosse cinico. La leggenda vuole che girasse nudo, in una botte e, con un lume in mano, andasse cercando l’uomo, la sua essenza. E se non fosse morto, sarebbe sempre in giro. Perché l’essenza dell’uomo è sfuggente come un rebus di Bartezzaghi. E anche perché si tende a dire che la filosofia è quella cosa con la quale o senza la quale, tutto resta tale e quale. In questo caso Diogene comunque dimostrò che un conto è filosofare e un conto correre, un conto è la teoria e un conto la pratica. Ma la cosa è ancora controversa. Anche se Galileo ebbe più o meno lo stesso approccio scientifico sperimentalista. Il fatto è che in fisica la velocità è uguale allo spazio fratto il tempo: si calcola cioè dividendo la distanza per il tempo impiegato a percorrerla. La variazione della velocità è l’accelerazione. E Achille era più veloce e performante della tartaruga e l’avrebbe raggiunta e superata.

Siamo in un tempo di passaggio. Non sappiamo se il tempo e il futuro scorrono in maniera lineare o circolare, secondo la teoria dell’eterno ritorno, in un loop temporale. Forse si svolgono a spirale, una specie di molla che si dilata e si contrae, lungo un percorso progressivo di corsi e ricorsi, come diceva Vico. Non sarà tutta un’architettura di volte e scale illusorie, come nelle raffigurazioni geometriche e visionarie di Escher. Dopo il romanticismo, anche l’epoca dei lumi è finita, l’era moderna sfocia nella contemporaneità e, nonostante le resistenze dell’eterno presente, si affaccia sul futuro travolgente, barbaro e insondato. Siamo agli albori di un’epoca, ma è arduo distinguere le albe dai tramonti. Ci troviamo immersi in un’aporìa, dentro un passaggio temporale. L’aporìa tra antitetiche visioni della realtà è di per sé irrisolvibile. Probabilmente un modo per uscirne è non restarne prigionieri e pensare che nessuna delle due visioni sia vera in assoluto. Che in fondo è il compito socratico dell’aporìa. Perché forse è un errore enfatizzare, davanti alle persone bisognose e incredule, sia le paure che gli eccessi di sicurezza del presente e del futuro. Una buona politica dovrebbe regolare con equità e giustizia, “le magnifiche sorti e progressive”.

Comunque, al di là del fatto che la simpatica e indifesa tartaruga sia da proteggere dal rischio di estinzione e da noi stessi, da come trattiamo la natura, dobbiamo credere, sperare, sapere che possiamo superarla, risolvendo il paradosso infinito-finito, sconfiggendo l’aporìa, svegliandoci dal suo sonnolento torpore, soffocatore di sogni e di bisogni. Dobbiamo. E se fosse possibile farlo non solo con il pie’ veloce Achille, ma con il pietoso e perdente Ettore o con il migrante Enea oppure con lo scaltro e curioso viaggiatore Ulisse, io, che sono un pessimista nato, ma non un oscurantista, sarei anche più contento. Buona domenica e buona fortuna.

Pontedera, 16 Settembre 2018

Libero Venturi

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