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Il rap di Moka fra passione e disagio

Gabriele "Moka" Capri (foto di Federica Parisi)

Gabriele Capri è un giovane rapper di Cenaia. Nelle sue canzoni celebra la cultura Hip-Hop e denuncia la condizione dei ragazzi d'oggi

CRESPINA-LORENZANA — “Se le mie parole non contassero più... se le mie emozioni non contassero più... io cosa farei?". Recita così il ritornello di uno dei primi pezzi di Gabriele Capri, in arte Moka, rapper esordiente classe 1996. Un grido che riassume bene il senso di una passione scoperta per caso ma coltivata con ostinazione e che sul web ha cominciato a destare l'attenzione di molti.

Storia travagliata quella di Moka, come racconta lui stesso: "Ho lasciato la scuola dopo qualche anno di liceo artistico. Oggi me ne pento, tornassi indietro studierei. Forse sarei altrove... o forse in un McDonald, visti i tempi". Parole che viaggiano in bilico fra la rabbia e la sfiducia verso un mondo che delude. Ma non si pensi a una visione nichilista che appiattisce tutto nell'esasperazione del caos e della mancanza di senso.

“Il rap mi ha spinto a leggere – spiega il cantante – all'inizio per opportunismo (avevo bisogno di parole) ma poi ci ho preso gusto e ora leggere è un piacere”. Così oggi, accanto ai dischi, il rapper di Cenaia colleziona corposi volumi di Stephen King (anche grazie alla fidanzata, che glielo ha fatto conoscere) e chissà che il visionario del Maine non gli abbia ispirato anche l'ultimo video, Deagle, dove lo si vede scandire le sue rime in atmosfere crepuscolari, con un trucco a metà fra il clochard e lo zombie.

Moka interagisce con i suoi fan attraverso la pagina Facebook Moka Stone (oltre 1400 like) e su Youtube, dove pubblica i video dei suoi brani. Ma Gabriele Capri è arrivato al rap solo in un secondo momento.

Prima c'è stata la scoperta della “cultura” grazie alla fascinazione del breaking, meglio noto come breakdance. “Ho cominciato come bboy, ballando in un'associazione culturale di Cenaia – racconta Gabriele. – In questo modo mi sono avvicinato alla musica e all'Hip-Hop, ne ho conosciuto le radici e apprezzato il messaggio”.

Poi Moka ha cominciato a scrivere, decidendo che quella era la sua strada. Prima, però, il lavoro: “Porta via molto tempo ed energie, tuttavia mi ha permesso di comprare il materiale per registrare i pezzi. In casa ho un piccolo studio dove ospito gli amici e altri ragazzi che cantano”.

Fuori c'è la fila, spiega Moka: non davanti al suo studio, ma per conquistare visibilità. “Ci sono moltissimi rapper esordienti, la competizione è alta, tutti lottano per diventare noti”. Il successo, a volte, appare come un miraggio: “Ma non m'importa, io canto soprattutto per me, ne ho bisogno”. L'altra faccia della sua musica - quella vitale, energica - Moka la usa per le celebrare la passione stessa, come nel singolo Mille Gradi Fahrenheit.

A chi accusa il rap di alimentare una visione negativa delle cose, Moka dà una risposta lapidaria: “I ragazzi stanno male, c'è tanto disagio in giro, le famiglie si spezzano come grissini e cresce il consumo di droghe. Non è colpa del rap. È colpa di un paese infelice”. E il rap, secondo Gabriele, ne è lo specchio, se non il rimedio: “La musica aiuta sempre, perché ascoltare chi ti parla delle brutte esperienze che stai vivendo apre una breccia nella tua solitudine e crea uno stato di fratellanza”.

Filippo Bernardeschi
© Riproduzione riservata

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